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Michael Jackson- Thriller

Sapevo che primo o poi sarei arrivato a sua maestà Michael Jackson. Son passati 25 anni da Thriller e ancora rimane, più che nella memoria comune, nel presente tamarro di ognuno. Uno di quei personaggi a cui voler bene nonostante i mille sospetti perchè questi rimangono, per l’appunto, supposizioni, mentre la certezza è che in molti abbiano approfittato delle debolezze e della follia dettata dal dio pecunia.

Thriller, dicevamo. Certo non posso sicuramente celebrare il valore estetico della cover, ma gli anni ‘80 “ce piacciono” per questo, per questo stile trash inconfondibile: decennio che ha dato i natali ad Umbertone Smaila, Colpo Grosso e le signorine “Cin Cin”, dovremo pure un minimo di riconoscenza no?

 Quando in apertura di blog parlavo di “sporadiche incursioni nel campo dei videoclip” avevo in mente esattamente questa situazione: come non scrivere di Thriller (http://www.youtube.com/watch?v=AtyJbIOZjS8)? Cortometraggio firmato da John Landis (Animal House, The Blues Brothers): molti minuti prima del brano e qualcuno dopo, una storia da raccontare. E poi la coreagrafia e la Moon Walk, passo con cui tutti prima o poi provano a fare “brillanti”, per scoprirsi poveri pivelli.

 Non posso definirmi un fan di Michael, ma son convinto meriti il rispetto che viene riconosciuto ai grandi della storia: la triste constatazione è che se avesse avuto una morte all’apice alla Elvis o alla Lennon, sarebbe anche lui nell’olimpo, e non costretto a vendere la reggia di”Neverland” per pagare gli avvocati.

                       “Ahuuuu (in falsetto) e gesto poco signorile con la mano sinistra”  Citazione Visiva

Thriller-Michael Jackson(1983)     Thriller-Michael Jackson (2008,25°anniversario)    Neverland Ranch, residenza di M.Jackson

Baustelle-Amen

“è necessario vivere, bisogna scrivere, all’infinito tendere, ricordati Baudelaire”

che si scriva allora, per non cadere nell’apatia. Amen è il disco rivelazione del momento, ma non è mia intenzione elogiarne la musica innovativa/esaltante/liberatoria/estasiante/riappacificatrice/serena…no, non voglio elogiarne la musica! Questo è un post dedicato esclusivamente all’estetica, alla bellezza di Rachele Bastreghi, alla forza simbolica di un occhio .

Personalmente non ho un debole per gli occhi verdi o azzurri, ho sempre preferito i colori scuri. Troppa freddezza e troppo distacco, la sicurezza di chi ci vede sempre troppo chiaro. Ma nel caso della copertina di Amen è questione di fisica,magnetismo. Visto il titolo mi lancio nel dire che sia rincongiungimento con Dio, affermazione pesantuccia ma non del tutto campata in aria.

L’occhio: simbolo iconografico di Dio nella storia, e parallelamente di trasparenza e speranza. Il cerchio si chiude ascoltando l’album in cui, nonostante la denuncia e l’amara constatazione dello stato del Mondo, non è difficile trovare riferimenti ad un qualche Dio (non necessariamente legato all’idea religiosa dello stesso, anzi) ad una qualche luce. 

Chi avesse ascoltato il solo singolo “Charlie fa surf” mi deriderà, ma ho sempre sostenuto che l’amore rende piacevolmente ridicoli: di Amen (e di Rachele, per essere sinceri) mi sono innamorato!

“…assomigliare a lucertole nel sole

amare come Dio

usarne le parole”

Baustelle Amen

Gorillaz, L’esordio

Una volta cominciato a scrivere di Damon Albarn mi viene difficile smettere e, in verità, non ho alcuna intenzione di farlo. Corre l’anno 2001 quando esordiscono i Gorillaz la non-band della non-fisicità con un progetto ambizioso ma più che mai reale.

Il singolo Clint Eastwood è di quelli raffinati ma molto orecchiabili, il video accattivante, ma sono la storia, l’idea e la filosofia che stanno dietro a dare un fascino unico al progetto. Due menti (Albarn e il fumettista Jamie Hewlett) per 4 personaggi, ognuno con la propria psicologia, con la propria storia e abitudini. Albarn si occupa da solo della parte musicale, sfruttando collaborazioni: una non-band, per l’appunto.

E’ o no la distruzione del fenomeno Pop-Idol? Se la tendenza del mercato discografico è quella di creare idoli, personaggi e figuranti, i Gorillaz capovolgono tutto questo mettendo in primo piano la musica e l’idea, abbandonando qualsiasi fisicità ma rimanendo al tempo stesso “reali e tangibili”. 

Il live potrebbe essere critico per un progetto fondato sul non apparire, e invece basta rispolverare la tecnologia di età vittoriana fatta di specchi e luci e il risultato è (http://www.youtube.com/watch?v=0EkeAOrqcMY) : liberi di adorare degli ologrammi!

2D: è il cantante e tastierista della band. A volte ama la solitudine. Da notare anche che il ragazzo ha perso gli occhi.

Murdoc Nicalls: è il bassista della band ed è considerato la mente del gruppo. È un satanista e il suo gruppo musicale preferito sono i Black Sabbath.

Russel Hobbs: di corporatura massiccia, è il batterista della band. Viene da New York precisamente da Brooklyn, ed è posseduto a volte da strani Funkyphantoms che gli fanno cantare strani pezzi rap da zombie.

Noodle: è l’unico membro femminile della band. Suona la chitarra, è una ragazzina giapponese di 13 anni proveniente da Osaka, anche se sul suo passato si sa poco. Molti fans inizialmente la scambiarono per un ragazzino, data la sua capigliatura e l’abbigliamento tipicamente maschile” (cit.Wikipedia)

Gorillaz 2001

Blur-The best of (storia di una scelta)

Finalmente riesco a dare libero sfogo al giuovine brit-man celato in me. Stamattina ho visto esposto in libreria “Zadie Smith- L’ uomo Autografo”, e il collegamento con il Best of dei Blur è stato immediato.

Certo, rispetto ai mostri sacri che ho trattato in precedenza siamo su un altro livello, ma tant’è. Perchè quando a 16 anni desideravo la Vespa 125Px , i Ray Ban e il parka, la mia anima era divisa tra due parti di una mela-pop che non possono combaciare. Il giovane adolescente aspirante brit pop non può mica osannare sia gli Oasis che i Blur, è questione di scelte di vita. E, se le cronache raccontano che con ganci di destro e calci rotanti hanno spesso vinto le battaglie i fratelli Gallagher, per quanto riguarda l’estro in copertina i Blur hanno sicuramente primeggiato.

La cover del best of del 2000 ha nettamente spinto le mie simpatie dalla parte dei bravi ragazzi, affiovolendo l’amore morboso per gli Oasis. E’ simpatica e rimane in testa, ma in realtà non è nulla di particolare, il parallelismo pop-art /pop-music è anche piuttosto scontato, niente che possa giustificare il mio così netto cambio di schieramento alla Mastella. Almenochè non lo si voglia interpretare come un segnale divino che mi ha fatto avvicinare “all’uomo 1001 risorse”  Damon Albarn piuttosto che a Tyson Liam: e allora, immensa riconoscenza.

“Vorrei che Liam Gallagher partecipasse al prossimo album dei Gorillaz , perché lui ha una voce fantastica e vorrei che una volta tanto cantasse una canzone decente, visto che non lo ha potuto fare per anni».  D.Albarn

“He’s got morning glory and life’s a different story” Blur, Country House

Blur- theBest Of (2000)        Damon Albarn    Zadie Smith- L’uomo Autografo 

Nevermind-Nirvana

E’ arrivato il momento di inaugurare la sezione anni 90, e lo faccio scegliendo la via più banale possibile. Apro la categoria così come si è aperto musicalmente il decennio scorso: Nirvana, Cobain, il Grunge, Nevermind.

 Non è l’album di esordio, ma è come se lo fosse. E’ l’album che cambia la storia, è tempesta e rabbia; la copertina, indimenticabile, è quiete apparente. Una scena tenera il neonato che nuota, i primi mesi di vita, quelli non corrotti da niente e nessuno. Ma si parlava di apparenza, giusto?

Il Signor dollaro prende il posto del papà nel tipico siparietto da spiaggia “Batti i piedini e vieni dal babbo!”, e svolgerà egregiamente le funzioni di educatore,  maestro di vita, nonchè fine ultimo di un’esistenza. C’è chi trova nel bambino un accenno di erezione (obiettivamente mi sembra un po’ forzata la cosa) ma sul fatto che la pecunia possa benissimo vestire anche i panni dell’amante bè, nessun dubbio! Un mondo pieno di affetto ti aspetta, caro bimbo cover.

  1. Smells Like Teen Spirit
  2. In Bloom
  3. Come As You Are
  4. Breed
  5. Lithium
  6. Polly
  7. Territorial Pissings
  8. Drain You
  9. Lounge Act
  10. Stay Away
  11. On A Plain
  12. Something In The Way

                     Nevermind-Nirvana (1991)      Elden Spencer, proprio lui

(Brain)Storm Thorgerson

Le scoperte migliori sul web ormai le faccio nelle ore di lezione universitarie, e quella di Storm Thorgerson è stata esaltante. Un paio di mesi fa il sito di Repubblica ha dedicato una foto-gallery a quello che ho scoperto essere il guru delle cover di album. La collaborazione più importante è quella con i Pink Floyd (qualche accenno l’ho già fatto in “The dark Side of the moon”) che arrivano a dargli carta bianca per ognuna delle loro cover. In tempi più recenti Audioslave,Cranberries, Muse e… Offspring (a tutti è concessa una piccola caduta di stile ogni tanto). L’elenco in realtà è infinito, ma non voglio togliere il gusto della scoperta.

Se l’intento del Blog è quello di riprendere il legame tra immagini e musica, sottolineando la forza espressiva delle immagini, la tappa Thorgerson è necessaria. Definirlo designer è quanto mai limitativo, forse artista ma il termine è molto inflazionato. E’ fotografo, è pittore, è designer, è scultore.

Non avendone le capacità non posso dilungarmi in critiche artistiche. Il solo fine del post è incuriosire, invitando ad investire 10 minuti del preziosissimo tempo alla navigazione su http://www.stormthorgerson.com/. L’ammirazione per i geni diventa sempre più il mio stato di vita permanente, e Thorgerson rientra a pieno titolo nella categoria.

“La stranezza non sta nelle persone o negli oggetti raffigurati ma nei loro comportamenti o nel contesto in cui sono collocati. Una mucca è una mucca, e basta. L’uomo in fiamme? Beh, può rappresentare una situazione reale, non surreale.. Nelle foto, nelle sculture, abbiamo sempre raffigurato cose e situazioni esistenti: è solo nella loro contrapposizione che cerchiamo di forzare un po’ la realtà.” S.Thorgerson

            Storm Thorgerson     Pink Floyd - Wish You Were Here     Pink Floyd -Atom Heart Mother    The Cranberries - Bury The Hatchet

Tornandoci su…PID

Grazie al commento di 1co e alla piega che prendono le discussioni quando propongo l’argomento, mi son convinto a fare uno strappo alla regola e, per questa volta, tornare su Abbey Road. Lo faccio perchè la leggenda della morte di P.McCartney (PID, Paul is dead) è troppo affascinante per non essere conosciuta da tutti, e la ricerca di indizi sul decesso parte proprio dalle covers e dai testi degli stessi Beatles.

Una sera, dopo un litigio in sala di registrazione con gli altri scarrafoni, Paul prende la macchina e va via. Decide di dare un passaggio ad una ragazza incinta, Rita, che una volta accortasi di chi fosse quell ‘illustre sconosciuto ha una reazione smodata. Paul perde il controllo dell’auto e, dopo l’impatto con un albero, muore.

Ma nel ‘66 i Beatles erano all’apice della propria carriera, quindi decidono di sostituire McCartney con un sosia e tenere nascosta la vicenda. Da quel momento in poi i sostenitori della PID cominciano a cercare ovunque indizi sulla morte di Paul. Ne citerò solo alcuni tra quelli più singolari.

Parto proprio da Abbey Road e dallo spunto di 1Co. I 4 sembrano partecipare alla processione di un funerale, con Lennon-sacerdote che apre la fila vestito di bianco, Ringo nella parte del becchino, e Harrison lo scavatore di buche: che ruolo tocca a Paul?! Mc Cartney è l’unico “fuori passo” a sottolineare l’estraneità dal gruppo. La targa del maggiolone “28IF LMW ” significherebbe “28 anni se fosse vivo/ Linda Mc Cartney vedova”. Digitando invece al telefono il numero dell’altra macchina parcheggiata, come già scritto, avrebbe risposto una segreteria telefonica  recitante “Paul is dead Paul is Dead”.

In molte copertine successive McCartney sembra staccato dagli altri componenti, come nel caso di “Revolver” o Let it Be (in cui è l’unico raffigurato con uno sfondo rosso) e anche nell’esecuzione live di “I am the Walrus” è l’unico a portare all’occhiello della giacca un garofano nero quando gli altri Beatles ne indossano di rossi. Proprio in coda a questa canzone Lennon afferma “Io sono il tricheco”, simbolo greco della morte, salvo poi correggersi in “Glass Onion” dicendo “Bene gente, Vi darò una nuova traccia da seguire- il tricheco era Paul“. La prima versione dell’ album “Yesterday Today” passa alla storia come Butcher Cover, la copertina del macellaio, per la sua caratteristiche splatter: una dentiera sul braccio di Paul e una testa di bambola in mano a Harrison sembrano riferimenti all’incidente. La copertina viene ritirata perchè troppo dura, e McCartney viene questa volta raffigurato in un baule molto simile ad una cassa da morto!

Lo stesso McCartney non ha mai negato la tesi sulla sua morte, rispondendo spesso ironicamente e con le stesse armi retoriche: nell’album da solista “Paul is live”, ripropone la stessa immagine di Abbey Road ma il maggiolone è targato “58Is”, come a dire “ho 58 anni e sono vivo!”.

Tuttavia la copertina che porta più indizi a favore della tesi è però quella di “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band”, ma mi dilungerei troppo in quello che vuole essere semplicemente un approfondimento/curiosità… diciamo che, scaltramente, la tengo buona per un altro post!!

“Morto?Sono morto?Perchè sono sempre l’ultimo a sapere le cose?” P.McCartney

Yesterday Today (the butcher cover)    Yesterday Today (second edition)    Paul is Live

 

The Velvet Underground & Nico

Quando in apertura di Blog scrivevo di “opere d’arte” avevo in mente un’ immagine in particolare, la copertina dell’album di esordio dei Velvet Underground. E’ l’unione tra arte classica e musica più famosa della storia della musica, ideata e firmata dal genio indiscusso di Andy Warhol. Intitolato “Velvet Underground & Nico”, anche se erroneamente è stato chiamato “Andy Warhol” e, talvolta, “Peel slowly and See”. Erroneamente, ma non in modo ingiustificato: infatti nella prima versione in copertina non era indicato il nome del gruppo, ma solo quello dell’artista usato come traino per le vendite.

Andiamo con ordine: I Velvet Underground nascono a New York negli anni’60, ma vista la sonorità spigolosa e poco commerciale vengono snobbati dalle case discografiche,  rimanendo quindi  nella dimensione underground. La svolta avviene quando Warhol,  l’artista più in vista del momento, trova nella loro musica quelle caratteristiche di rottura e avanguardia che tanto gli stavano a cuore. Dapprima li lancia con uno show multimediale, “the exploding plastic inevitable”, quindi nel ‘67 finanzia e collabora  all’esordio discografico dei Velvet e, soprattutto,  ne disegna la copertina.

Sfondo bianco e, in completa sintonia col carattere provocatorio di Warhol, una banana gialla esplicito riferimento sessuale. Si invita a sbucciare la banana (”peel slowly and see“, come detto) e qualunque fortunato in possesso della prima edizione avesse seguito l’invito avrebbe effettivamente scoperto una polpa rosa shocking, “il frutto del desiderio”!

Si racconta che i dipendenti della Verve fossero stati impegnati per settimane ad applicare diligentemente a mano gli adesivi con la buccia sulle cover. Visti i costi di produzione la copertina “sbucciabile” viene usata solo per la prima tiratura, rendendola pezzo da collezione di grande valore.  Nelle stampe successive la firma di Warhol sarà sostituita dal nome della band. Problemi nella produzione e distribuzione, l’ascolto non facile e immediato delle sonorità Velvet, fanno sì che il disco non conosca subito grossa fortuna, anche se adesso è universalmente riconosciuto come una pietra miliare della musica.

“only a few thousand people bought the first Velvet Underground record upon its release, almost every single one of them was inspired to start a band” Brian Eno

  1. Sunday Morning
  2. I’m Waiting For The Man
  3. Femme Fatale
  4. Venus in Furs
  5. Run Run Run
  6. All Tomorrow’s Parties
  7. Heroin
  8. There She Goes Again
  9. I’ll Be Your Mirror
  10. The Black Angel’s Death Song
  11. European Son

Velvet Underground & Nico (first edition)   Velvet Underground & Nico (first edition pink)  Velvet Underground & Nico

Pink Floyd - The Dark Side of The Moon

Doveva esserci l’aria particolarmente ispiratrice a cavallo degli anni ‘70 nel quartiere bene di Abbey Road. Leggenda vuole che nel febbraio 73  proprio in una stanza a piano terra degli studi della Emi, un giovane designer fece vedere ai Pink Floyd diverse bozze per la copertina del loro album.  Una li folgorò in modo particolare, essenziale e d’impatto. Nasce così The Dark Side of the Moon che venderà oltre 40 milioni di copie, cresce il mito dei Pink Floyd e si instaura un  prolifico rapporto lavorativo tra la band e l’artista Storm Thorgerson. L’immagine è quella del prisma trasparente e dello spettro di luce su sfondo nero,  copiata, per stessa ammissione di Thorgerson, da un comunissimo libro di fisica: se è vero che l’idea geniale può venire a tutti, solo il genio è capace di riconoscerla! “L’adeguatezza” fu il concept che i Pink Floyd videro nella copertina, l’inerenza con la loro musica psichedelica,visionaria, multisfaccettata e allo stesso tempo scientifica. La cover è in realtà leggermente diversa a seconda dei supporti fisici, con il prisma trasparente o opaco e lo sfondo nero o notturno, e venne ripresa per la costruzione della scenografia del tour seguente, con l’installazione di un grosso prisma sospeso sul palco. Sono molte le curiosità che legano la realizzazione di questo album ai Beatles e agli studi di Abbey Road,  la presenza de suono di una fisarmonica intonante “Ticket to Ride” degli inglesi (anch’essi in studio negli stessi mesi) o come la voce del custode degli Studios che commenta tristemente:

   “There’s no dark side of the moon really…matter of fact it’s all dark

Pink Floyd - The Dark Side of the Moon (versione Vinile)      Pink Floyd - The Dark Side of the Moon (versione cd)  Pink Floyd - The Dark Side of the Moon (versione Super audio cd)

1. Speak to Me/Breathe in the Air
2. On the Run
3. Time/Breathe (Reprise)
4. The Great Gig in the Sky
5. Money
6. Us and Them
7. Any Colour You Like
8. Brain Damage
9. Eclipse

The Beatles - Abbey Road

Bene.

La partenza è una fase delicata, si sa. Avevo un po’ di idee in lizza per il primo post, un paio di copertine ricercate, più di nicchia. Alla fine ha prevalso l’ istinto, ”sintetizza il concetto di cover in un’immagine” mi son detto: senza dubbi The Beatles- Abbey Road. Correva l’anno ( ho sempre desiderato poterlo scrivere) 1969, i quattro  scarafaggi di Liverpool si fanno immortalare sulle strisce pedonali di Abbey Road a Londra,  sede degli studi di registrazione della EMI: diventerà uno degli scatti più famosi del secolo! Si può dire sia stato l’ultimo album inciso in studio dai Beatles, e contiene brani di tutto rispetto quali “Here comes the Sun” e “Come togheter“. Il successo della copertina è stato tale da essere citata più e più volte negli anni a seguire, come nel caso dei Red Hot Chili Peppers in The Abbey Road EP.  Semplicemente geniale la campagna pubblicitaria “New Beetles“ della Volkswagen, in cui viene ricreata la stessa scena ma con le auto in primo piano. Quella che può sembrare una forzatura è in realtà una finezza: osservando attentamente la copertina originale dell’album si intravede un vecchio “Maggiolone” parcheggiato a bordo della strada! L’efficacia dello spot è assicurata dal carattere universale di quello scatto dell’Agosto 69…

The Beatles - Abbey Road         New Beetles - Volkswagen

Come Together
Something 
Maxwell’s Silver Hammer 
Oh! Darling 
Octopus’s Garden
I Want You (She’s So Heavy) 
Here Comes The Sun 
Because 
You Never Give Me Your Money
 Sun King
Mean Mr. Mustard
Polythene Pam 
She Came In Through The Bathroom Window
Golden Slumbers
Carry That Weight
The End
Her Majesty